"L'arte di fare" lo stucco in area lombarda tra XVI e XIX secolo
Francesca Albani
Scuola di specializzazione in Restauro dei monumenti, Politecnico di Milano
 
 

3. Modalità di esecuzione

La scelta delle modalità di esecuzione degli impasti e la messa in opera erano in relazione alle caratteristiche del manufatto, alla forma, all'ubicazione e all'aggetto nei confronti della superficie sottostante cioè delle volte, dei muri e dei soffitti.

Nel caso di opere con un aggetto minimo veniva eseguito (22) l'abbozzo con malta bastarda, picchiettando il fondo e bagnandolo bene. Veniva poi steso uno strato di 5 mm. conguagliandolo prima con il dosso della cazzuola, poi fregandolo e lisciandolo con un panno rozzo e veniva bagnato in modo da togliere tutte le tracce lasciate dal passaggio della cazzuola. Per una funzione di supporto venivano aggiunti come additivi fibre animali (peli e crini), leganti vegetali (colle di pesce o ritagli di pelli ) e fibre vegetali (paglia triturata).

Nel caso di ornamenti molto aggettanti si usavano dei chiodi o grappe metalliche, fissate dove si intendeva eseguire il lavoro, e si  procedeva a stendere 4 strati di malta dopo aver bagnato la superficie e avendo avuto cura di lasciare asciutti i chiodi. Il primo strato, composto da una malta bastarda di calce e sabbia fina mescolata con gesso polverizzato, veniva modellato con una forma grossolana che corrisponde a quella che si voleva eseguire. Per il secondo strato si utilizzava una malta comune che veniva messa in una conchetta in modo da formare una specie di vassoio delle dimensioni adatte a contenere un volume doppio di malta di gesso e veniva mesa in opera il più rapidamente possibile usando cazzuole di diverse grandezze e spatole.  Il 3° strato doveva contenere una percentuale di gesso inferiore. Il 4° strato di malta bastarda composta da 1 parte di gesso e 3 di malta di calce e veniva lavorato con spatole curve, raspe, appositi compassi in modo da avere le forme principali del manufatto finale. Una volta asciutto l'abbozzo veniva ricoperto dallo stucco propriamente detto, composto generalmente da un impasto in parti uguali di polvere di marmo a grana finissima e di calcina spenta ben bianca, stacciata o macerata sopra una lastra di marmo nel modo con  il quale si macinavano i colori e veniva lasciata riposare per 4 o 5 mesi in modo da facilitare la sua dissoluzione. Si procedeva bagnando bene l'abbozzo fino a che non era più in grado di assorbire acqua e veniva steso uno strato di stucco denso con la spatola e, appena iniziava ad asciugare, si procedeva alla lisciatura con un raschiatoio d'acciaio e con panni bagnati un po' ruvidi avvolti intorno a un dito in modo da rendere ben netti gli spigoli oppure anche con il dito  nudo in modo da giungere a un tale livello di morbidezza e finitezza irraggiungibile con gli attrezzi.

Nel caso di opere esterne, come modanature cioè ovoli, gole dritte e rovescie, listelli, cavetti, dentelli, cornici, colonne e pilastri, è assolutamente sconsigliato da tutte le fonti l'uso del gesso per la sua scarsa resistenza all'umidità dal momento che è igroscopico, cioè è molto poroso allo stato microcristallino e quindi assorbe acqua che tende con il tempo a polverizzarlo.
Si procedeva preparando in muratura le grandi masse e su queste si faceva lo sbozzo con malta composta da malta di calce dolce e sabbia fina che poi veniva rivestito di stucco. Nella formazione degli ultimi strati si utilizzava uno stucco più liquido e più grasso di quello per ornati composto da 2 parti di calcina e 1 di polvere di marmo. 
Si procedeva alla stesura di un 1° strato di intonaco sul quale veniva abbozzata la forma e successivamente si applicava lo strato di stucco che doveva essere preparato solo al momento della messa in opera ed era costituito da parti uguali di calce e polvere di marmo senza l'aggiunta di acqua. Veniva messo in un contenitore e bisognava bagnare la superficie del muro dove andava applicato in modo da facilitava l'aderenza. Lo stucco andava bagnato a mano a mano che si procedeva alla posa, in modo da evitare il troppo rapido indurimento che avrebbe comportato la formazione di fessurazioni sulla superficie. 
Quando l'impasto era ancora fresco si procedeva alla modellazione del manufatto attraverso l'uso di sagome che riproducevano la forma in negativo. Nelle fonti ottocentesche i modani in legno erano rappresentati con una sottile lastra di ferro che seguiva le curve della modanatura per ottenere superfici più nette (23).  Veniva anche suggerito di usare la sagoma con il supporto di una piccola impalcatura composta da un carrello di legno che fungeva da sostegno per la lamina e da guida per l'operatore (24).  Questo carrello era tenuto in posizione da guide di legno o stagie in modo da evitare oscillazioni e tenere la forma nella posizione perpendicolare alla superficie. In questo modo si otteneva il profilo delle singole membrature che costituiscono la cornice mediante questi modani o sagome che erano di due tipi: il primo, più piccolo di qualche millimetro per lasciare spazio all'ultimo strato di stucco, serviva per avere una forma grossolana, mentre il secondo aveva la forma esatta della cornice. Per gli ultimi strati si raccomandava l'uso di uno stucco più liquido e più grasso. 

Per ottenere ornamenti in rilievo potevano esser utilizzati stampi  costituiti da tavolette o matrici di legno duro (pero, melo o bosso) sulle quali venivano intagliate le decorazioni. La modalità di esecuzione consistevano nella preparazione del rinzaffo di malta comune, dell'applicazione di  una piccola arricciatura di 6-8 mm., realizzata con malta di polvere di marmo, calce dolce e sabbia finissima, che veniva lisciata con il retro della cazzuola.. Queste tavolette venivano applicate sulla parete ricoperta di stucco fresco, venivano battute con il martello in modo da imprimere l'immagine a una profondità di circa 4-6 mm. Una volta asciugato lo stucco si applicavano 1 o 2 strati di colla forte per meglio indurire la superficie e renderla meno assorbente e poi si procedeva alla finitura con strati di vernici ad olio e biacca con l'aggiunta di pigmenti.
 

Note

22. CURIONI G., cit., pp.483-485.
23. BREYMAN G.A., Trattato generale di costruzioni civili, Traduzione italiana dell'ing. Carlo Valentini, con note di A. Cantalupi, L. Mazzocchi, P. Boubeè, R. Ferrini, Milano, Vallardi, 1885, Vol. I Cap. VII, pp. 301-303.
24. DONGHI D., Esecuzione delle cornici, in Manuale dell'architetto, Torino, Unione Tipografica, 1906, Vol II, p.8. 

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