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Monumenti celebrativi postunitari (1890-1902)
Con l'annessione della Toscana al Regno d'Italia (1860) e con la successiva designazione di Firenze a Capitale (1865-1871), la città si andò popolando di memorie (sotto forma di monumenti come di più semplici epigrafi), a richiamare fatti e personaggi rappresentativi della stagione risorgimentale. Qui, come in tutta l'Italia, deputazioni e comitati operarono alacremente per celebrare o qualche illustre patriota o qualche grande del passato, la cui opera si andava rileggendo in funzione del contributo dato alla creazione della Nazione. L'intera storia, in effetti, si andava rifondando e, agli occhi di molti, sempre più passava attraverso le gesta dei singoli - eroi, politici, scienziati, poeti e artisti - ai quali pareva doveroso rendere omaggio attraverso la presenza fisica di un monumento, perché il loro esempio rimanesse ben impresso negli occhi e nel cuore di tutti. Nel corso della prima metà dell'Ottocento l'esperienza maturata con il progetto di ornare le nicchie del loggiato degli Uffizi con statue dedicate ai "Grandi Toscani" (il primo gruppo collocato nel 1842) aveva dato modo di mettere a punto un percorso che i comitati sorti successivamente avrebbero continuato a seguire: il ricorso alla sottoscrizione pubblica per il reperimento delle risorse economiche, la chiamata in causa di commissioni formate da personalità di alto rilievo per stabilire il nome del personaggio da ritrarre e l'artista a cui affidare i lavori, la donazione dell'opera - al termine dell'impresa e tramite atto pubblico - da parte del comitato promotore al Comune di Firenze, perché si facesse carico del suo corretto mantenimento nel tempo. Con l'annessione della Toscana al Regno d'Italia l'orgoglio municipale - per quanto sempre pronto a riemergere - necessariamente aveva dovuto stemperarsi in una dimensione che ora metteva al centro dell'interesse l'Italia unita, e i valori esemplati ulteriormente dilatati in modo che tutti gli italiani potessero riconoscervisi, sempre per il tramite delle gesta e delle opere del personaggio ritratto. Firenze non era più la capitale del granducato ma - così almeno sarebbe stata tra il 1865 e il 1871 - la Capitale d'Italia. La realizzazione di un monumento celebrativo implicava tempi assai lunghi per le molte cose che c'erano da fare e da prevedere, il che tuttavia aveva il merito di far partecipi ampi strati della popolazione all'impresa. Il tutto iniziava con il formarsi di un comitato promotore, cioè di una libera associazione di persone che, oltre a lanciare e sostenere l'idea, doveva avere la capacità di trovare denaro sufficiente a coprire i costi dei lavori, sia attraverso la raccolta libera di fondi sia sollecitando le istituzioni a sostenere il progetto (più autorevoli erano i membri del comitato e più facile sarebbe stato trovare le risorse finanziarie). Superata questa prima difficoltà si passava poi a individuare l'artista a cui assegnare il lavoro: ci poteva essere una designazione diretta da parte del comitato ma, quando l'opera era di particolare complessità e visto che si gestiva denaro della collettività, il più delle volte si optava per nominare una commissione giudicatrice autonoma. Anche in questo caso, più autorevoli fossero stati i suoi membri (storici, professori dell'Accademia, architetti di chiara fama), più il giudizio sarebbe stato esente da critiche. Dove collocare l'opera era poi l'altra questione da risolvere, anche perché questa richiedeva il necessario coinvolgimento del Municipio, che doveva concedere e autorizzare lo spazio, e della Commissione per la Conservazione dei Monumenti, chiamata come ufficio di tutela a vigilare che l'intervento non creasse danno alle opere antiche. La scelta finale, in alcuni casi, non si sarebbe comunque rivelata definitiva: il monumento a Vittorio Emanuele II, inaugurato in piazza della Repubblica, ora è relegato in piazza Vittorio Veneto; quello a Daniele Manin, che si trovava in piazza d'Ognissanti, ora segna il piazzale Galileo sul viale dei Colli; la monumentale scultura di Girolamo Savonarola solo dal 1921 ha conquistato la sua visibilità nello spazio urbano, nell'omonima piazza oltre il viale... E intanto, di tutto, in città si discuteva, ora criticando il luogo prescelto per l'erezione, ora entrando nel merito dei modi con cui l'artista aveva risolto il tema, di modo che per ogni monumento si può trovar memoria di motteggi denigratori. L'unico momento in cui tutti, concordi, applaudivano commossi era, probabilmente, quello dell'inaugurazione dell'opera, con lo svelamento ufficiale della statua. Era il momento in cui si ricordavano i meriti del personaggio e si declamavano dai podi i discorsi ufficiali, e questi, perché più a lungo rimanessero impressi nella memoria, venivano dati alle stampe e riproposti nelle rubriche dei giornali. Ma era anche il momento della festa e dello spettacolo del quale i quotidiani proponevano in largo anticipo il programma con le manifestazioni previste (che potevano durare ben più di un giorno e andare decisamente al di là del materiale scoprimento dell'opera), le modalità per l'accesso ai palchi degli invitati e i varchi per coloro che non disponevano di particolari credenziali. Con il passare degli anni, inevitabilmente, gli ideali risorgimentali si andarono così stemperando nella cronaca mondana e la qualità delle opere prodotte sempre più andò ridimensionandosi: è un esempio di questo impoverimento d'idee il progetto di arricchire con ulteriori statue di uomini illustri le otto nicchie del Mercato Nuovo, in analogia e completamento ideale dell'impresa già ricordata che aveva visto popolarsi il loggiato degli Uffizi. I nuovi nomi erano ugualmente legati alla storia di Firenze dal Medioevo al Rinascimento, ma delle otto statue previste solo tre trovarono compimento (Bernardo Cennini, Giovanni Villani e Michele di Lando) e furono collocate tra il 1889 e il 1895, dopo di che il progetto decadde. Con la Prima Guerra Mondiale l'Italia si popolò (che in realtà non esiste città e paese che non abbia dovuto piangere i propri morti) di più democratici monumenti ai Caduti, dove all'esaltazione del singolo 'eroe' si sostituiva il ricordo del sacrificio dei molti. Lo stesso accadde dopo la Seconda Guerra Mondiale. Infine, le generazione che queste guerre avevano patito, iniziarono a guardare sempre più criticamente a quei monumenti postunitari che aveva raccontato le glorie del Risorgimento, che pur sempre guerre e battaglie erano state. Lo sguardo nei confronti della città e delle sue memorie era oramai definitivamente cambiato. Eppure quei monumenti - al di là del loro alterno e in vari casi discutibile valore artistico - hanno segnato un momento importante del nostro passato, sul quale conviene ancora oggi riflettere, anche criticamente, tenendo ben distanti la Storia dalla retorica e dal nazionalismo, e presente come anche altri grandi del Risorgimento avessero guardato a quella "monumentomania" con sospetto. Così aveva fatto Giuseppe Mazzini che, dichiarando che mai sarebbe intervenuto "ad inaugurazioni di statue o altro" reputandole "inutili e dannose", aveva cercato di opporre alle celebrazioni e ai discorsi di piazza dei ministri e dei generali un più duraturo progetto di formazione degli italiani e, ancor prima dei cittadini. ...chiudi approfondimento
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