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Museo Ettore Fico

Musei e collezioni

La SICME, Società Industriale Costruzioni Meccaniche ed Elettriche, nasce nel 1955 sull’onda del boom economico che stava investendo Torino e l’Italia intera nel Dopoguerra. L’impresa, specializzata nella costruzione di macchine per la smaltatura di fili di rame, si trasferisce nel 1965 in via Cigna 114 all’interno di un quartiere a vocazione prettamente industriale, acquistando lo stabilimento già di proprietà della INCET, Industria Nazionale Cavi Elettrici Torino, disegnato nel 1955 dall’ingegner Aldo Marini.

Il complesso industriale si trova in prossimità degli stabilimenti della FIAT Grandi Motori e di fronte alla SIMA, ovvero la Sezione Industrie Metallurgiche e Acciaierie, che faceva capo nuovamente al colosso automobilistico torinese, e dei Docks Dora, complesso di magazzini e depositi ferroviari della merce che entrava in città.

La collocazione di via Cigna 114 è dunque strategica dal punto di vista delle comunicazioni: collega il centro con la Barriera di Milano ed è disposta lungo la via ferroviaria che da Porta Susa conduce al capoluogo lombardo. L’azienda appartiene alla famiglia Accati e al suo interno lavora anche Primo Levi, in veste di chimico, che poi dal 1966 andrà a ricoprire la carica di direttore generale presso un’altra impresa del gruppo, la SIVA, produttrice di vernici, smalti e affini. Entro il 1968 la fabbrica conosce un importante ampliamento dei locali, allo scopo di adeguare la propria struttura alle sempre maggiori pulsioni dei mercati nazionali e internazionali nei quali l’azienda ha ormai acquisito un ruolo di leader nel settore: viene quindi costruita la grande navata con imponenti vetrate alle estremità, da quel momento in poi elemento caratterizzante dell’intero complesso industriale.

La produzione dell’azienda metalmeccanica procede per un quarantennio, fino alle soglie della globalizzazione, entrando a pieno titolo nella storia della Torino industriale e operaia. All’inizio del nuovo millennio, seguendo tragicamente il destino di molte aziende di ordine medio-grande, la SICME conosce una crisi senza precedenti: aumentano le difficoltà finanziarie, si ventilano ipotesi di trasferimento, finché nei primi giorni di novembre del 2004 viene ufficialmente presentata istanza di fallimento. Seguono tentativi di mediazione da parte delle più note sigle sindacali ma ormai è troppo tardi: il giudice del tribunale torinese sancisce una base d’asta di 1.650.000 euro per il rilevamento dell’impresa e per i centoquindici operai dell’azienda comincia un calvario fatto di lotte, occupazioni degli impianti e proteste (addirittura con episodi dimostrativi di incatenamento ai cancelli), seguiti inevitabilmente dagli sgomberi di polizia e carabinieri.

A sorpresa, un ex dipendente di Druento – autentico self-made man – che negli anni Settanta aveva lasciato la SICME per fondare una ditta concorrente, vince l’asta e assorbe l’azienda per la cifra di 2.650.000 euro, di fronte alla trepidante attesa degli ex colleghi operai. Segue poi il trasferimento dei macchinari nella nuova sede di Druento, l’attuale SICME-Italia Impianti in cui confluiscono le due distinte fabbriche, un tempo antagoniste, mentre la vecchia sede di via Cigna viene ceduta a un’impresa edilizia.

Come già avvenuto per altri complessi industriali dismessi della città, dai Docks Dora, citati in precedenza, alle Officine Grandi Riparazioni (OGR), anche l’ex SICME è diventato luogo della cultura, ospitando nella fattispecie il Museo Ettore Fico.

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